Postille della Regina Nera.

Dialogo
Stringendo la sua lama avanza Shevron, e dietro lui cinquanta cavalieri. Risplende Flamarel di foco increato di furore e di gloria . Rilucono gli elmi dei prodi, Garriscono i cimieri. Urla la folla..
S'apre il portale che gli avi già posero quando eran tersi i giorni e grato il suolo e non schierava la tenebra armate irte di picche. Esce l'eroe varca le mura senza paura scruta l'orizzonte,
Trema l'eroe. Non vede il suo nemico. Libero è il campo, sconfinato e verde.
Sotto di lui zolle di terra nuova: cresce l'assenzio tra le ossa spolpate; dietro di lui d'una città caduta nere rovine.
Di fronte a lui un pastore conduce le sue capre. Un ragazzino.
Il Pastorello: Ohi, Chi sei tu? Un fantasma?
Il cavaliere: io sono Shevron figlio di Ark, cavaliere di Kenn.
Il pastorello: Ahimè! Uno spettro di qualche eroe caduto in guerra. Non prendermi, o glorioso! Non portarmi nel grigio reame. Sono un bambino!
Il cavaliere : Che dici? Quale inganno è mai questo? Qual malia? Ove spariron la cittade e il campo, il nemico crudele e la mia schiera?
Le capre belano il ragazzino inizia a capire che quello è un vero uomo in carne ed ossa, non una fantasima.
P- Se tu sei vero... soffia nel mio zufolo.
C: Lo zufolo?
P. I fantasmi non han fiato.
Shevron abbassa il brando, prende il flauto e soffia. Un suono distorto e acuto ferisce le orecchie delle capre. Fuggono due capretti.
P. sei proprio un uomo, che caso! Un cavaliere colpito da stregheria!
Il fanciullo ride. Shevron comprende sempre di più il suo caso, e trema.
P. Hai i brividi del mese dei ghiacci ... e il grano ancor matura sotto il sole estivo. Che hai.
C. Sentisti mai parlare Di Midyan?
P. Certo. Sorgeva qui la città regia, ancora quest'inverno. Poi il nemico la prese e ne fece un gran foco.
C. L'esercito degli Orchi?
P. Così diceva la gente di città, ch'erano orchi. Ma sono stati meglio di tanti uomini. La mia casa non la bruciarono. E non uccisero nessuno, né la gente, né le capre. Vinsero la guerra e andarono verso mezzogiorno. Ripassarono poi per ritornare nelle loro terre tre mesi fa.
C. E la Regina Nera la conosci?
P. Certo. Cavalcava come un uomo. E non un cavallo, ma un drago.
C. Io porto questa spada per ucciderla. A questo io son stato chiamato.
P. La buona sorte sia con te, allora. Di certo è nella reggia sua in buona pace. Dieci volte Millanta fanti difendono il castello e tremila schiere di cavalieri.
C. Nessuna magia, nessun incanto può arrestarmi. Consacrata è la lama ed il mio nome legato all'Impresa. Io porrò termine e fine alla sua vita prava. Andrò a nord.
P. Buon pro ti faccia. Addio.
Solleva Shevron la lama sacra verso il terso cielo. Rinnova il voto, sprona il suo destriero.
P. Oh cavaliere, il nord è dall'altra parte!
Shevron volta il cavallo. Flamarel risplende di foco increrato, di furore e gloria.
Risuona la pernacchia del pastore
- Vai e becca la tua regina, fanfarone!
Dalla sua fionda parton tre sassetti.
Muove il Nero
Esiste una lussuria dell’Odio come ce n’è una dell’Amore. Mi hai vista sul campo di battaglia, hai contemplato la mia persona, hai impresso nella memoria le mie fattezze e le hai trasformate, adattandole ai tuoi incubi. Non sarò di certo io a metterti in guardia contro la follia che ho visto nei tuoi occhi. Tu sai bene che le allucinazioni uccidono. Possono trafiggere, divorare, squartare come i deformi figli dell’Incubo che tu e i tuoi soldati avete affrontato questa notte, nemico mio.
Dai merito ad un gingillo per avermi vista chiaramente. Non giocare con amuleti, e balocchi. Tu stesso sei il balocco del fato. E il fato ci ha uniti, più saldamente di quanto siano legati due sposi fedeli, e tu penserai al mio corpo sovrano con un fremito più forte di quello che ti ispirerebbero le carni di un’amante fino a quando non verrà
Siete sempre più deboli, la fame vi stermina. Cupe visioni vi tormentano. Non vi serve sottomettervi ormai. Siete già nostri sudditi, poiché noi abbiamo maggior potere sulle vostre vite di quanto ne abbiano il vostro re, il vostro dio.
In Volo.
“La disperazione è la loro maggiore forza. Se potessero trarne materia per erigere mura esse sarebbero inattaccabili, se producesse strali questi ci colpirebbero al cuore ancor prima che le nostre orecchie possano sentirne il sibilo. Possiamo avere eserciti che coprono tutta la pianura da qui fino a Hoosir, possiamo dominare tutte le creature degli abissi, possiamo versare il sangue di mille uomini, mostrare ai nostri nemici tutti gli orrori contenuti nei mondi terreni e ultraterreni. Possiamo tutto ma non vinceremo fino a quando rimarrà uno solo di questi combattenti: ebbro della sua disperazione, capace di ogni cosa, come lo fummo noi per vendicare la nostra sofferenza.”
Lymnar mi sussurra queste parole tenendo le briglie con mani tremanti e fredde. Non sa condurre il drago. È la bestia a portarci secondo il proprio volere.
“In questa guerra potremmo subire una terribile sconfitta, madre… potremmo divenire simili ai nostri nemici…"
Lymnar è stanco. Ieri sera ha assistito ai giochi della truppa con una bambola vera, una fanciulla estratta ancora viva dalle macerie. Non ha resistito. Si è gettato con la spada sguainata sul branco, ha ucciso gli stupratori e ha dato il colpo di grazia alla vittima.
Siamo lontani dalle miserie della terra in queste regioni aeree. Studiamo freddamente i nemici. Un nostro capriccio potrebbe imporre alla morte di calare su di loro e schiacciarli in un attimo. Ma il drago non obbedisce ai capricci. Ha una propria sapienza, superiore a quella umana, ha una sua strategia.
Noi siamo gli araldi di tale sapienza, e sarà lei a trionfare sulla bestialità umana, in ogni sua forma, anche sulla nostra, se fosse necessario.
Non appena il nuovo sole ha colorato di rosso le mura di Midyan ho attraversato il campo, circondata da sguardi ostili e lamentele soffocate. L’attività era ricominciata con poca foga. Fiaccati dalla fatica, dalla paura e dalle privazioni i nostri mormoravano contro l’inefficacia della mia negromanzia, contro Khoor-Khroiyul, l’Oscuro, che rimaneva chiuso nella tenda, oppresso dal letargo del corpo in cui si è incarnato.
Capivano come questa città non cadrà in poco tempo e in questo assedio potrebbe esaurirsi buona parte della nostra forza. Ripetevano il nome di Lymnar, il trionfatore, appena tornato dalla sua campagna. Desideravano affidare a lui il comando, premiando il suo odio mal represso contro il patrigno.
Io non mi curavo delle loro parole. Ho proseguito senza indugio e mi sono chinata dove gli dei mi hanno suggerito. Le mie mani hanno accarezzato il suolo e l’hanno sentito pulsare. La terra è tornata fertile dopo le mie preghiere, il suo latte materno è confluito nelle mie dita.
Ne ho fatto un bozzolo di tenebra ardente e l’ho raccolto nel mio grembo. L’ho portato con me fino alla tenda, sopportandone il peso immane. L’ho posato sul petto del mio signore e lui si è svegliato, si è sollevato scuotendo la chioma terribile, dardeggiando con gli occhi pieni di oscura luce e ha lanciato il richiamo.
A quel grido la terra ha tremato ed ogni rumore si è zittito. Quel silenzio sembrava destinato ad essere eterno ma fu ben presto rotto dai passi della creatura che l’Oscuro aveva chiamato e dalle grida confuse della truppa. Uscii dalla tenda e mi imbattei in mio figlio. Era bianco come un cadavere e additava Quella Cosa, tremando.
Nuovi bagliori colorano Midyan di rosso. È il fuoco che divampa dalle case e brucia i mucchi di cadaveri. Le avanguardie sono accampate entro la prima cerchia ora, e riposano scaldate dal fiato tiepido dell’incubo addomesticato.